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17 febbraio - La cacciata di Lama



L'irruenza degli ultimi eventi accaduti il 17 febbraio a Roma ha reso necessarie - data la stretta attinenza - alcune brevi note sui momenti di lotta che hanno sancito in piazza della Minerva, la definitiva rottura ombelicale tra soggettività rivoluzionaria e istituzione riformista.

L'infiltrazione del sindacalista Lama nel territorio comunista gestito e trasformato dai giovani proletari romani, ha stravolto gli ultimi detriti di contrapposizione formale in scontro frontale. La rottura partitica tra movimento delle occupazioni e funzionari dell'ideologia del “comunismo democratico” trapassa, nella sua esplosione, le semplicistiche etichette stampate equivocamente su tutti i quotidiani italiani scavalcando, nei fatti e nella rabbia, la specificità dei “collettivi di facoltà”, l'ironia degli “indiani metropolitani”, la radicalità delle “frange autonome” e l'irritabilità dei servizi d'ordine.

Lo scontro contiene, nella sua accelerazione, la complessità di un preciso momento rivoluzionario che straccia, nel suo essere movimento, la pretestuosità di una mobilitazione generale sorta come semplice risposta ala legge-cappio del Ministro dell'istruzione: Malfatti. In realtà lo scontro tra il servizio d'ordine del sindacato e i giovani proletari, rappresenta la risultante di un dibattito e di una lotta già patrimonio del movimento ma cresciuta nelle occupazioni che da tempo caratterizzavano le università di tutto il paese.

Slogans e “murales” avevano da tempo indicato gli obiettivi che necessariamente dovevano coinvolgere l'espressione rivoluzionaria del movimento in lotta; il partito di Berlinguer aveva ricoperto nelle assemblee e su muri delle facoltà occupate, il luogo e l'insulto politico da anni ricoperto dalla borghesia e dai fascisti. Al grido di “via ,via la nuova polizia”, la discriminante reale della lotta di classe riportava a galla ciò che buona parte del movimento si ostinava a rimuovere, e riportava in piazza l'immagine di una “sinistra storica”ormai innervata nei tentacoli del comando capitalistico come continuità di potere, come controllo razionale del capitale sul proletariato attraverso la mediazione “socialista”.

Paradossalmente, a rompere l'ultimo filo della contrapposizione verbale, è stata proprio l'ebbrezza di potere, l'arroganza del comando con cui i funzionari del Pci e della Cgil hanno provocatoriamente insultato le migliaia di giovani proletari in lotta. Trascriviamo da “il manifesto” del 19/2/77:


le scritte cancellate


“Alle 8,30 arriva all'università il servizio d'ordine sindacale. Per prima cosa cancella le scritte comparse per l'arrivo di Lama. La grande scritta blu che campeggia fuori I cancelli ‘i Lama sono in Tibet’, rimane visibile, un gioco di parole che dentro, nel piazzale della Minerva, viene ripreso in vari modi. In un cuore verde, sotto un pupazzo di Lama in polistirolo, eretto su un palchetto c'è scritto ‘nessuno L'ama’. A partire dal cancello principale la lunga fila del servizio d'ordine divide a metà il viale d'ingresso: da un lato si avviano gli studenti che vanno a circondare il palchetto, coi palloncini, dall'altro gli striscioni di fabbrica, già tutti appoggiati contro gli alberi e sotto il palco.(..)

Gli studenti dei circoli giovanili tentano di trasformare la tensione in ironia. ‘Lama è mio e lo gestisco io’, gridano, e poi ‘Lama subito libero e gratuito’. Salutano con le mani e suonano. Alcuni coperti con le polverine colorate del carnevale. ‘pagheremo tutto’, scandiscono, e, ‘35 lire 500 ore’ ,più lavoro, meno salari0’. Ma il servizio d'ordine stringe di più reagendo rabbiosamente proprio all'ironia: ‘buffoni’,’via, via la nuova goliardia’, ‘chi vi paga?’. ‘servi della Cia’urlano.


L'inizio del comizio


(..) Si fronteggiano I due servizi d'ordine: a destra quello sindacale formato da militanti del Pci, a sinistra due file di compagni e studenti, che controllano un gruppo di un centinaio di autonomi. Nel viale sostano migliaia di giovani. Le parole di Lama rimbalzano vuote sui muri.

Dai cordoni che si fronteggiano a pochi palmi, si dice reciprocamente “calma, compagni,calma”. Poi l'aria grigia si colora con due palloncini, uno giallo e uno rosso, pieni di acqua e vernice che gli autonomi lanciano verso il palco, da cui sono distanti. Scatta il meccanismo: il servizio d'ordine del Pci rovescia il pupazzo che satireggia Lama, c'è ancora un momento di calma e poi l'esplosione.

É un attimo; dal servizio d'ordine del Pci, all'imbocco del viale, parte lo spruzzo di uno schiumogeno, un estintore preso in facoltà. I compagni che tengono fermo il collettivo di via dei volsci lo ricevono in viso. (..) Da dietro volano bastoni, pietre, un pacco di calce. Lo scontro si accende violento, partono I corpo a corpo. Lama conclude e va via scortato da venti uomini, verso il camion. Due, agilissimi, saltano su e spaccano l'apparato di amplificazione. Sotto il palco un giovane cade e viene preso a calci da un gruppo che difende le apparecchiature (..) Dal fondo del viale, alla riconquista del camion, riparte il servizio d'ordine del Pci.


Gli scontri


(..) Dal viale che passa tra la facoltà di legge e il rettorato, vedo arrivare urlando ragazzi, giovanissimi, il volto coperto di sangue “stanno massacrando I compagni” gridano. Corro giù e vedo una ventina di persone, alcune con il cartellino del servizio d'ordine ancra all'occhiello, che bloccano e picchiano tutti quelli che stanno arrivando di corsa e che siano con i capelli lunghi o abbiano i giacconi di foggia miltare. Dal centro del piazzale un centinaio di studenti, in prevalenza “autonomi”, ma non solo, si lanciano di nuovo verso il camion, dove si è radunato il servizio d'ordine del Pci. Di nuovo violentissimi corpo a corpo, che si propagano anche verso i viali vicini. Chi ha l' unità in tasca viene picchiato. Chi hai i capelli lunghi e si trova isolato viene preso a pugni. Ancora sassi e cubetti di porfido volano dall' una e dall' altra parte, altri feriti vengono portati via a braccia.

(..) Mentre gli scontri sono ormai violenti arriva un giovane compagno e strappa davanti a me la tessera della Cgil. Lo scontro tra gli studenti che vanno aumentando, e quelli del Pci, si sposta verso geologia. Il servizio d'ordine comunista è costretto a scappare verso l'uscita principale. Fuori, nel piazzale delle Scienze, sono già schierati i carabineri. Davanti a loro, a non più di dieci metri dai cancelli, si schierano quelli del Pci, che nel frattempo stanno ricevendo rinforzi. (..) Gli studenti chiudono i cancelli e li bloccano con tre macchine messe di traverso. Sono le 11.15, dentro l'università ci sono migliaia di studenti, fuori, che li fronteggiano, vediamo centinaia di iscritti al Pci mandati dalla federazione romana, dietro, più lontano, una triplice fila di carabinieri.


Picchetti ai cancelli


dopo che i militanti del Pci e i resti del servizio d'ordine sindacale sono stati espulsi dall'università, i cancelli “liberati” due giorni prima dal Pci vengono rinchiusi e incatenati. Alcune auto parcheggiate nel viale principale vengono rimosse e poste dietro i cancelli, i serbatoi aperti, gli stracci impregnati pronti a dargli fuoco. Il controllo dei cancelli è monopolio - questo s i- di un centinaio di autonomi, pronti allo scontro. Vengono disselciati i “sampietrini”. La tensione è fortissima. Subito fuori il servizio d' ordine del Pci e del sindacato si è ricomposto. Guardandolo da dietro i cancelli chiusi appare minaccioso, furente, pronto a caricare, a “riconquistare”quelle porte che aveva “liberato” due giorni prima. La logica militare degli autonomi li ha contagiati. I responsabili del servizio d' ordine faticano a trattenerli. Dietro gli uomini del Pci, della Fgci e del sindacato, che sono tanti, gli uomini di Cossiga, un mare di elmetti. Polizia e carabinieri per ora sono fermi.

Una situazione drammatica. Gli slogan che reciprocamente I due schieramenti si buttano suscitano un senso di sorpresa e malessere: “fascisti”,”fascisti” si rinfacciano entrambi, “comunismo”, “comunismo”, invocano entrambi fronteggiandosi. E ancora da dentro, “via, via la nuova polizia” e “Praga, Praga” fino agli inni, alla lotta armata, alle br. Molti degli autonomi ai cancelli mi sembrano giovanissimi, 14,15 anni, non di più, altri sono facce conosciute, I dirigenti di un gruppo che oggi ha purtroppo ritrovato uno spazio. (..)


prima dello sgombero


Sono le 15, I cancelli delle Scienze sono serrati, la tensione per quel che è successo alla mattina è ancora forte. Si decide quasi subito di riaprire con un minimo di controllo. Sui viali capannelli di studenti: “come va?” chiedo, “non so, in questa situazione l'unica cosa certa è che occorre discutere, io sono iscritto alla Cgil, ma stamattina ero dall'altra parte”. (..)

Vado di nuovo verso l'entrata per vedere qual è la stuazione. La gente che mi viene incontro è sconvolta, corrono tutti, “c'è la polizia”. Nel frattempo l'afflusso si fa più intenso. Ormai dentro l'università ci sono cinquemila compagni. Al cancello, lo spettacolo è impressionante: centinaia di caschi che luccicano, decine e decine di camion, macchine, camionette, pulman e un' enorme ruspa. Comincia a fare buio. (..) Dopo qualche minuto il lancio dei lacrimogeni, poi l'enorme mezzo blindato sfonda il cancello, seguito da un furgone e da una squadra di venti poliziotti con corsetto antiproiettile. I cinquemila studenti hanno preparato alcune barricate all'entrata per permettere a tutti di andar via ed evitare qualsiasi provocazione.


Quando la polizia entra, la città universitaria è deserta.”


Ciò che è imperdonabile non è, nei fatti, un errore di valutazione (lo sbaglio tattico) del “partito dei lavoratori”, ma la voluta ricerca di contrapposizione esercitata pesantemente su un settore del proletariato irriducibile alle mediazione e alle pacificazioni socialdemocratiche.

Prima spettava alla borghesia l'esercizio di dividere la classe rivoluzionaria per poter usarla e ingabbiarla nell'impotenza, ora il capitale delega il Pci che non mostra timidezza nè vergogna nel suo tentativo di smembrare la classe “coperto”- qualche centinaio di metri più indietro- dagli sbirri dello sceriffo Cossiga. Ma il bisogno di comunismo non procede per mezze misure, e le risposte proletarie di Napoli, Bologna, Padova, Torino e altre città, hanno sviluppato il discorso dei proletari romani rinfocolando una mobilitazione generale nata come esigenza e come proposta di tutta l'area dell'autonomia. Trasformare le separazioni interne in omogeneità di lotta contro il capitale è ora il bisogno che deve guidare la lotta poichè crediamo che sia il livello di chiarezza politica l'unica arma in grado di determinare il grado di organizzazione corrispondente. La polizia, nello sgombero dell'università romana, si è trovata davanti ad una scritta che ha bisogno dello sforzo di ciascuno per essere realmente vivibile “questo è solo il '77, arrivederci al '78. ARRIVEDERCI!!”.


Bibliografia

Gabriele Martignoni, Sergio Morandini, Il diritto all'odio. Dentro/fuori/ai bordi dell'area dell'autonomia, Bertani editore, Verona 1977


Interviste e Iniziative

40 anni dalla cacciata di Lama

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Riviste

Rivolta di Classe

I Volsci numeri 1, 2, 3, 4, 5,

6, 7, 8, 9, 10,11

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